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| Gli anni
'50 spesso s'identificano con l'immagine della Ekberg in epica abluzione
nella Fontana di Trevi, che diviene simbolo non solo di un'epoca ma anche
di un modo di vita. La "dolce vita" era veramente quel mondo "magico" che
dipingevano le cronache? |
| Specialmente nella seconda metà di quegli anni si diffuse nella
capitale un gran desiderio di divertirsi e di riappropriarsi di tutto
ciò che si era perduto durante la guerra. Finalmente, dopo anni di
privazione, di disperazione e di isolamento culturale Roma tornava
ad essere "caput mundi". Mentre i grandi personaggi dello spettacolo,
della cuitura e della politica facevano "passerella" nelle principali
strade della nostra città, ovunque si organizzavano ',aste, incontri
e manifestazioni di ogni genere, che avevano come denominatore comune
quello di far vivere la gente in modo diverso, più spensierato, più
libero e in qualche modo più "trasgressivo". |
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| Quanto
ha contribuito il reportage fotografico ad amplificare questo fenomeno? |
| Negli anni'50 non c'era la televisione che ti portava i fatti di
cronaca dentro casa. Le notizie si potevano apprendere dai giornali
o attraverso la radio. Tuttavia l'unica fonte certa e attendibile
era senza dubbio il servizio fotografico. Con la fotografia era impossibile
"bluffare", non si poteva far tinta di essere su un avvenimento e
magari starsene comodamente seduti in qualche redazione di giornale.
Per un fotoreporter la "dolce vita" rappresentò un'inesauribile fonte
di notizie e di documentazione e sicuramente il nostro lavoro contribuì
a rendere molto più interessante e affascinante questo fenomeno. Gli
attori del cinema e del teatro, i personaggi del mondo politico e
culturale avevano bisogno di farsi fotografare perché per loro significava
pubblicità, successo. Per questo motivo si rendevano sempre molto
disponibili ai nostri "flashes". |
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| Allora
la descrizione del "paparazzo" come un insolito e cinico individuo con gli
occhi a forma di teleobiettivo sempre a caccia d'immagini e falsa? |
| Come ho già accennato, i "VIP" si facevano fotografare molto volentieri,
anzi vorrei aggiungere che spesso frequentavano alcuni locali invece
di altri perché‚ sapevano che avrebbero trovato più fotografi. Certo
che gli attori "emergenti" erano molto più disponibili dette "stars"
ma anche a quest'ultima la fotografia scattata in un contesto pubblico
non dava mai fastidio. I problemi, semmai, sorgevano quando qualche
fotoreporter riusciva a fare delle fotografie "scandalistiche", cioè
a "rubare" le immagini della loro "privacy". Comunque, i nostri servizi
si sono sempre rivelati fondamentali per la carriera di un personaggio.
A volte attori e uomini politici hanno rischiato di rovinarsi a causa
dei loro cattivi rapporti con i fotografi. Alcuni dopo il successo
sono diventati scortesi o hanno fatto i preziosi e soltanto troppo
tardi hanno compreso quanto una fotografia (a poteva significare per
la loro attività e come un "flash"poteva innalzare o abbattere un
personaggio, calamitare su di lui le simpatie o scatenargli contro
l'opinione pubblica. |
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| Quindi
le famigerate "risse" e le "scazzottate" facevano parte di una collaudata
regia |
| Nella maggioranza dei casi eravamo noi fotografi a creare i presupposti
per una falsa rissa, anche se a volte qualche ceffone volava per davvero.
Quando la vicenda si faceva "seria" prendevamo il collega più giovane
e meno smaliziato e lo buttavamo addosso al malintenzionato fotografando
cosi l'increscioso avvenimento. Quando il "fatto" mancava bisognava
crearlo, avevamo in un certo senso bisogno di rendere più interessante
li soggetto da fotografare. Ricordo che dopo il film "La dolce vita"
si scatenò la passione di fare il bagno nelle fontane di Roma. Per
documentare questa "moda" organizzai insieme ad altri colleghi un
bel bagno al Fontanone del Granicolo con attrici e personaggi in cerca
di pubblicità. Per movimentare la serata, mentre quei "poveretti"
si esibivano allegramente in agili nuotate e tuffi da "mozzafiato",
qualcuno di noi telefonò alla questura. Dopo un po' arrivò la polizia
e tra urla e minacce si portò via quella gente mezza nuda. |
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| Lei é
famoso per le sue "improvvisazioni" e per le foto "costruite". Quanto é
importante la, fantasia nel suo lavoro? |
| Ritengo la fantasia una specie di "sesto senso" nel nostro mestiere.
Non si può lavorare con la macchina fotografica, che rimane pur sempre
un semplice mezzo meccanico, senza avere questa dote. La fantasia
e con essa la capacità d'improvvisare, unita all'esperienza tecnica
e a un pizzico d'astuzia formano un trittico indispensabile per fare
un buon reportage. |
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| Può raccontare
un fatto dove ha messo a frutto queste doti? |
| Uno dei servizi in cui ho dovuto ricorrere a tutta la mia esperienza
è quello relativo a Liz Taylor sul set di "Cleopatra". Allora la diva
non voleva attorno a sé nessun fotografo durante le riprese: tra lei
e i "paparazzi" si era accesa una lotta accanita. Un giorno contattai
il mio amico Orlando Orfei ed entrai con lui e un piccolo leoncino
nello "studio". Fingendomi un ingenuo ammiratore che voleva possedere
una foto ricordo di Liz con il leoncino le scattai velocissimamente
due "rulli". Quando l'attrice capì il trucco era troppo tardi e s'indispettì
molto. Qualche attimo dopo, però, scoppiò a ridere forse ripensando
alla "beffa" e si scusò per il suo comportamento. Tutto finì come
nelle migliori storie del cinema, io ottenni un servizio "esclusivo"
e il leoncino fu adottato dalla Taylor che volle assolutamente portarlo
con sé in America. |
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| Nel suo
archivio che ormai contiene migliaia di negativi si deposita la memoria
di una frequentazione continua con alcuni dei più importanti personaggi
di quel periodo. C'é n'é uno che ricorda in modo particolare? |
| Sì é Papa Giovanni, il Papa "buono". Una rivista missionaria (Crociata
Missionaria) mi aveva commissionato un'immagine del Pontefice per
metterla in copertina. Però, per arrivare a fotografarlo occorrevano
molti permessi. Un giorno appresi che il Papa aveva intenzione di
recarsi alla "Propaganda Fide" per celebrare una messa alla presenza
di alcuni missionari. Mi recai sul posto e con la macchina fotografica
nascosta sotto il cappotto entrai con aria innocente. Fui scoperto
e mandato fuori. Allora decisi di mettere la macchina fotografica
dentro la borsa e la gettai al di là dei muro d'ingresso. Entrai di
nuovo a mani vuote e dopo un po' di tempo raccolsi la borsa e mi diressi
verso il salone dove il Papa e li Cardinale Agagianian intrattenevano
i missionari. Finita la messa mentre il pontefice si avviava verso
l'uscita, uscii allo scoperto e dissi - "Un momento, Santità devo
farle una foto" - e con un gesto senza appello lo feci sedere mettendogli
vicino un seminarista africano inginocchiato. Stupitissimi i presenti
non fiatarono, perplessi i cardinali pensarono che avessi un permesso
speciale. Quella fotografia fece il giro del mondo, lo stesso Pontefice
volle farne un manifesto per la giornata missionaria. Chiese notizie
sull'autore di quella immagine e me ne inviò una copia con dedica
e alcune parole di ringraziamento. |
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| Durante
gli anni '50 lei ha partecipato a numerose iniziative culturale e mondane
nella capitale. Che legame esisteva tra questi due mondi? |
| Sinceramente esistevano pochi "punti di contatto" tra questi due
ambienti e quelli che si manifestavano erano più apparenti che reali.
La cultura viveva ai margini dei contesto mondano, non era importante
come il cinema: Ungaretti era sicuramente meno famoso della Loren. |
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| A proposito
di Ungaretti, é vero che lei lo ha "trasformato" in fotoreporter? |
| Ungaretti era un mio carissimo amico e quando mi confidò l'intenzione
di fare un viaggio in Giappone e negli Stati Uniti lo pregai di fare
un servizio fotografico. Pur titubante, purché‚ non si sentiva all'altezza
prese una delle mie macchine fotografiche e s'improvvisò fotografo.
Il risultato non fu dei peggiori anche se mi distrusse praticamente
la macchina: ma a un amico si perdona tutto. |
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